+ Le case del futuro
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Presso la Bartlett School of Architecture dello University College di Londra si svolgono master e seminari post-laurea in cui si ricercano connessioni tra cibernetica e biologia per individuare proposte progettuali onnicomprensive. Negli anni ’60, Kenzo Tange individuò la direzione: creare architetture che "sappiano" cambiare nel tempo, adattandosi all’evolvere delle necessità.
Molti marmi sono aggregazioni di elementi viventi risalenti agli albori dell’evoluzione terrestre. Se è possibile produrre biocombustibili da diverse coltivazioni agricole, sarebbe possibile anche individuare cellule viventi capaci di qualcosa di simile ai materiali marmorei. Si potrà andare oltre: «Le protocellule – sostiene la Armstrong che dopo aver esercitato come medico per diversi anni, si è data alla fantascienza diventando una scrittrice di successo, ed è poi approdata all’insegnamento nella scuola di architettura della Bartlett.– sono programmabili: Martin Hanczyc dell’università della Danimarca meridionale e Takahi Ikegami dell’università di Tokyo hanno progettato sistemi di protocellule capaci di movimento e di sensazione».
Da tali protocellule potrebbero nascere strutture di tipo corallino che in certe condizioni arriverebbero ad avere prestazioni statiche simili a quelle delle rocce, dando vita a un nuovo materiale da costruzione che rientra nella logica del vivente.
Potrebbero quindi essere dirette a "consumare" anidride carbonica, altri gas-serra e persino le tossine, per produrre invece ossigeno: avrebbero cioè un effetto disinquinante.
«Nel prossimo futuro – dice la Armstrong – l’architettura sarà viva.
Intanto dai workshop di Avatar, che è diretto dall’architetto Neil Spiller, sono usciti ormai diversi professionisti. Per esempio lo studio Sixteen makers, che ha realizzato diverse architetture somiglianti a installazioni artistiche: un’edicola-rifugio in acciaio per un produttore di quel materiale, «con una forma dialogante con l’intorno», architettura di per sé «classica» nella struttura, ma dalla forma particolarmente tormentata da una grafia senza dubbio influenzata da immagini del mondo sub microscopico o di quello elettronico. E poi una casetta sull’albero in legno e fogli di policarbonato; o un’installazione decisamente di tipo artistico: lamine dotate di sensori e microprocessori che sarebbero capaci di interagire col visitatore, cambiando colore. |